Il siciliano, secondo Dante Alighieri, una lingua illustre.

Da Dante Alighieri al Poeta che c'è in Te
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Il siciliano, secondo Dante Alighieri, una lingua illustre.

Messaggio da InChanto » sabato 7 aprile 2012, 16:53

Tra il 1303 e il 1305 Dante Alighieri scrisse il De Vulgari Eloquentia, un trattato in latino sulle lingue volgari d'Italia. Dante, com'è noto, non aveva peli sulla lingua e disquisendo appunto sulla lingua ne ebbe meno che meno. Così fece praticamente a pezzi tutti dialetti dell'epoca, riconoscendo tuttavia al siciliano la caratteristica di lingua nobile ed illustre e riservando al romanesco l'onta della lingua più brutta in assoluto. Da notare che Dante non prese nemmeno in considerazione il napoletano, in quanto lo inglobò nel pugliese.

Si riportano alcuni stralci dell'opera, tradotta in italiano:

De vulgari eloquentia, I, XI-XV
[La ricerca del volgare illustre]

XI. Nella grande varietà dei volgari italiani, andiamo in
caccia della loquela migliore e illustre; e perché nella
nostra caccia possiamo trovare una strada libera,
puliamola dagli arbusti convoluti e dagli sterpi spinosi.
Come dunque i romani ritengono di doversi anteporre a
tutti gli altri, nella nostra pulizia o sradicamento a ragione
li tratteremo per primi, per quanto si debba asserire che
essi non dovrebbero essere citati in alcun discorso relativo
al volgare. E in effetti si può dire che quello dei romani
non un volgare, ma piuttosto un tristiloquio, è il pessimo
tra tutti i volgari d'Italia. E ciò non stupisce dacché essi
appaiono essere corrotti più di tutti gli altri per la
mostruosità delle abitudini e dei costumi. Dicono infatti:
Messure, quinto dici?

XII. Dopo quelli, eradichiamo gli abitanti della Marca
anconitana che dicono Chignamente state, sciate e con
loro liberiamoci anche degli Spoletani. Né si deve tacere
che contro queste tre genti sono state composte numerose
canzoni, tra le quali sene trova una perfettamente
verseggiata che ha composto un fiorentino di nome
Castra; cominciava infatti:
Una fermana scopai da Cascioli,
cita cita se 'n gìa 'n grande aina.
E dopo questi elimineremo i milanesi, i bergamaschi e le
popolazioni confinanti, in dileggio dei quali ricordiamo
che qualcuno cantò:
Enter l'ora del vesper,
ciò fu del mes d'occhiover.
Poi filtreremo gli abitanti di Aquileia e gli istriani, che
gridano Ces fas tu? con dizione cruda. E con questi
elimineremo tutti i parlanti lingue montane e rustiche che
sempre in mezzo ai cittadini si distinguono per la
grossezza della loro pronuncia; tra questi gli abitanti del
Casentino e di Fratta.
Espelleremo anche i sardi, che non sono propriamente
italiani, ma che sono agli italiani associabili, perché unici
paiono essere privi di un loro volgare, imitando piuttosto
il latino come le scimmie imitano gli uomini. Infatti
dicono domus nova e dominus meus.
XII. Eliminati in qualche modo i volgari più aspri d'Italia,
sceglieremo rapidamente per comparazione il più degno
di onore e più ricco di riconoscimenti tra quelli che sono
rimasti nel nostro setaccio.
Indagheremo in primo luogo la natura di quello siciliano:
infatti pare che il volgare siciliano si sia conquistato una
fama migliore degli altri, cosicché tutto ciò che viene
composto in poesia dagli italiani è chiamato italiano e
anche perché molti intellettuali locali hanno cantato con
gravità, come nelle celebri canzoni:
Ancor che l'aigua per lo foco lassi,
e Amor, che lungiamente m'hai menato.
Ma una simile fama della terra di Sicilia, se si osserva
bene l'obiettivo cui mira, sembra ridondare solo a
discredito dei principi italiani che secondo gli usi della
plebe e non degli eroi sono schiavi della superbia.
E in effetti, gli eroi illustri, l'imperatore Federico e il di lui
degno erede Manfredi, diffondendo nobiltà e rettitudine
finché fortuna concesse, seguirono i costumi umani,
sdegnando i modi dei bruti. Per questo, i nobili di cuore e
le persone dotate dei doni della grazia, si sforzarono di
attenersi alla maestà di siffatti principi, di modo tutto ciò
che gli italiani dotati di dotati di animo eccellente
partorivano nasceva dapprima nella reggia di regnanti di
tanta grandezza. E poiché la sede della corona era la
Sicilia, avvenne che tutto ciò che i nostri predecessori
hanno scritto in volgare è stato chiamato siciliano. E lo
facciamo ancora, né i posteri potranno modificare l'uso
Ma è meglio tornare a proposito che parlare invano. E
diciamo che se vogliano prendere in considerazione il
volgare siciliano secondo l'uso dei paesani mediocri, dalla
bocca dei quali sembra doversi trarre giudizio, esso non
sembra affatto degno dell’onore di una preferenza perché
viene pronunciato piuttosto lentamente. Come, ad
esempio, qui:
Tragemi d'este focora se t'este a boluntate.
Ma se volessimo coglierlo dalla bocca dei principali
cittadini, come si può valutare dalle canzoni di cui si è già
scritto, vedremmo che in nulla differirebbe da quello
eccellente, come mostreremo più sotto.

Anche i pugliesi, o per una asperità tutta loro, o per
l’influsso delle popolazioni confinanti, che sono quelle
dei romani e dei marchigiani parlano in maniera
orribilmente barbara. Dicono, infatti:
Volzera che chiangesse lo quatraro.
Ma per quanto i pugliesi paesani parlino tutti in maniera
oscena, alcuni eccellenti hanno usato la lingua in maniera
elegante, utilizzando nelle loro canzoni parole alquanti
curiali, così come appare evidente a chi osservi le loro
scritture, come:
Madonna, dir vi volglio,e
Per fino amore vo si letamente.
Per la qualcosa a chi legga quanto si è scritto apparirà
evidente che né il volgare siciliano né quello di Puglia
sono i più belli in Italia, perché abbiamo mostrato che i
parlanti nativi si sono allontanati dal proprio.
XIII. Ma veniamo, a questo punto, ai toscani, che resi
vani dalla loro follia sembrano volersi arrogare la palma
del volgare illustre. E questa pazzia non coglie solo i
popolani, ma si sa che ha toccato anche molti uomini
famosi: per esempio Guittone d’Arezzo, che non ha mai
mirato al volgare curiale, o Bonagiunta da Lucca, Gallo
Pisano, Mino Mocato da Siena, Brunetto Latini, le cui
parole, se si avrà tempo per le rime, non si troveranno
essere curiali, ma municipali. E poiché i toscani più di
altri in si agitano presi da questa follia sembra utile
ridurre in qualche modo tutti i volgari, uno per uno.
Parlano i fiorentini e dicono
Manichiamo introcque, che noi non facciamo altro.
I pisani:
Bene andonno li fatti de Fiorensa per Pisa.
I lucchesi:
Fo voto a Dio ke in grassarra eie lo comuno de Lucca.
I senesi:
Onche renegata avess'io Siena.
Ch'ee chesto?
Aretini:
Vuo' tu venire ovelle?
Di Perugia, Orvieto, Viterbo e di Civita Castellana, per
via dell’affinità che i parlanti di queste città hanno con i
romani e con gli spoletini, non diremo nulla.
Ma benché quasi tutti i toscani nel loro turpiloquio siano
ottusi, riconosciamo che alcuni hanno conosciuto
l’eccellenza del volgare, come Guido, Lapo e un altro,
fiorentini tutti, e Cino da Pistoia, che qui posponiamo
indegnamente, spinti da ragioni non indegne. Così, se
vagliamo le parlate locali e riflettiamo come gli uomini
eccellenti si siano allontanati dalla propria, non appare
dubbio che altro sia il volgare che cerchiamo da quello cui
attingono i toscani.
Ma se ciò che si è detto dei toscani non pare riferibile ai
genovesi, si tenga in mente solo ciò: che se i genovesi
perdessero la zeta per dimenticanza, o dovrebbero tacere
del tutto o trovarsi una lingua nuova. La zeta forma infatti
gran parte della loro lingua, e si tratta di una lettera che si
può pronunciare solo con molta asprezza.
[…]
Così, se andiamo a caccia del volgare illustre, ciò che
cerchiamo non si può trovare in quelli [che abbiamo
esaminato].
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Re: Il siciliano, secondo Dante Alighieri, una lingua illust

Messaggio da LaGiada » martedì 10 aprile 2012, 11:27

E... non stupisce, Inchanto, che il primo testo, in esametri, sulla gastronomia (attenzione NON un ricettario, ma una sorta di guida delle rarità e ricercatezze gastronomiche tipiche dei vari paesi del Mediterraneo) fu ad opera di un siciliano, nel 300 a.C.
Così è definito Archestrato da Gela: il filosofo gastronomo!
Uno tra i primi a considerare la ''gastronomia'' come un' arte e non come l'assemblamento di cibi...a scopo nutritivo.
Mi piaceva fartelo sapere, Inchanto, poichè... so di quel tuo vizietto:)))
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Re: Il siciliano, secondo Dante Alighieri, una lingua illust

Messaggio da InChanto » martedì 10 aprile 2012, 15:03

Anche la poesia lirica in volgare nasce in Sicilia alla corte dell'Imperatore Federico II di Svevia e si sviluppa nel periodo dal 1230 al 1250 attraverso la cosiddetta "Scuola Siciliana". In un loro brano in siciliano i Taberna Mylaensis racccontano come In Sicilia nacque la prima poesia d'amore scritta in volgare e non più in latino. " E nte giardini di Palermu, chini arbiri e di ciuri, unni non passa mai lu nvernu nascìa la prima poesia d'amuri. E st'amuri, scrittu in dialettu nascìa du cori e di lu pettu, passò lu tempu e chianu chianu sta lingua addivintò u talianu", (E nei giardini di Palermo, pieni di alberi e di fiori, dove non arriva mai l'inverno, nasceva la prima poesia d'amore. E questo amore scritto in dialetto, nasceva dal cuore e dal petto, passò il tempo e piano questa lingua diventò l'italiano). Appena un altro accenno per ricordare come ai tempi di Federico II, Imperatore illuminato, convivevano pacificamente razze e religioni diverse con una tolleranza reciproca che oggi nemmeno ci sognamo!

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Re: Il siciliano, secondo Dante Alighieri, una lingua illust

Messaggio da Je_Suis_Clochard » martedì 10 aprile 2012, 16:09

Il napoletano (come il siciliano e altre varietà italoromanze) possiede una ricchissima tradizione letteraria. Si hanno testimonianze scritte di napoletano già nel 960 con il famoso Placito di Capua (considerato il primo documento in lingua italiana, ma di fatto si tratta della lingua utilizzata in Campania, conosciuta come volgare pugliese) e poi all'inizio del Trecento, con una volgarizzazione dal latino della Storia della distruzione di Troia di Guido delle Colonne. La prima opera in prosa è considerata comunemente un testo di Matteo Spinelli, sindaco di Giovinazzo, conosciuta come Diurnali, un cronicon degli avvenimenti più importanti del Regno di Sicilia del XI secolo, che si arresta al 1268.
Aver bisogno di essere approvato è come dire: "vale più il tuo concetto su di me dell'opinione che ho di me stesso.

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Re: Il siciliano, secondo Dante Alighieri, una lingua illust

Messaggio da InChanto » martedì 10 aprile 2012, 18:10

Ignazio Buttitta - Lingua e Dialettu

UN POPOLO CHE RINUNCIA ALLA SUA
LINGUA PERDE ANCHE L'ANIMA




Traduzione:

Un popolo
mettetelo in catene
spogliatelo
tappategli la bocca
è ancora libero.
Levategli il lavoro
il passaporto
la tavola dove mangia
il letto dove dorme,
è ancora ricco.
Un popolo
diventa povero e servo
quando gli rubano la lingua
ricevuta dai padri:
è perso per sempre.
Diventa povero e servo
quando le parole non figliano
parole e si mangiano tra di loro.
Me ne accorgo ora, mentre accordo
la chitarra del dialetto
che perde una corda al giorno.
Mentre rappezzo
la tela tarmata
che tesserono i nostri avi
con lana di pecore siciliane.
E sono povero:
ho i danari
e non li posso spendere;
i gioielli
e non li posso regalare;
il canto
nella gabbia
con le ali tagliate.
Un povero
che allatta dalle mammelle aride
della madre putativa,
che lo chiama figlio
per scherno.
Noialtri l'avevamo, la madre,
ce la rubarono;
aveva le mammelle a fontana di
latte e ci bevvero tutti,
ora ci sputano.
Ci restò la voce di lei,
la cadenza,
la nota bassa
del suono e del lamento:
queste non ce le possono rubare.
Non ce le possono rubare
ma restiamo poveri
e orfani lo stesso.
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