La lingua degli italiani - Una identità ricusata

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Rabelais
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La lingua degli italiani - Una identità ricusata

Messaggioda Rabelais » mercoledì 4 aprile 2012, 19:47

Propongo alla vostra attenzione il resoconto della tavola rotonda "La lingua degli italiani: un'identità ricusata". Mi è sembrato un documento interessante!

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© Questo documento è stato realizzato in esclusiva per Aspen Institute Italia 1


Tavola Rotonda
La lingua degli italiani: un’identità ricusata
Roma, 5 giugno 2007

Sintesi della discussione a cura di
Stefania Salustri

Sciatteria, trascuratezza nell’uso, perdita della complessità della sintassi e della ricchezza del lessico, tormentato rapporto con l’inglese, idioma egemone dei tempi moderni: di questi mali soffre oggi una lingua di grandi tradizioni storico - culturali come quella italiana. Non si tratta di essere ottimisti o pessimisti sul suo futuro, quanto di porre un freno alle degenerazioni e al largo disinteresse che i cittadini stessi dimostrano nei confronti delle sue sorti: stretta fra l'inglese e i dialetti, la lingua di Dante potrebbe doversi rassegnare al ruolo burocratico di «lingua delle prefetture».

Eppure non c’è ancora in giro un’aria di disfatta, anche se, senza dubbio, la preoccupazione è molta. Perché dunque accorrere al capezzale dell’italiano? Per una ragione semplice e incontrovertibile: in una società moderna organizzata e in grado di produrre cultura la lingua è un fattore essenziale. E lo è ancor di più in una società come quella italiana che per ben otto secoli ha espresso una delle maggiori civiltà letterarie, artistiche, musicali, filosofiche, giuridiche, scientifiche d’Europa e del mondo. Una civiltà che si è poi consolidata nei secoli dell’Umanesimo e del Rinascimento – quando divenne culturalmente dominante in Europa - dell’età Barocca e oltre. Riaffermare storia e radici non è, dunque, una dichiarazione di boria o un’ovvietà, bensì un presupposto necessario per discutere dei mali della lingua italiana.

Un’evoluzione culturale così ricca di secoli si confronta con uno stato politico di creazione tutto sommato recente: nel 1861 parlava italiano lo 0,8% dell’intera popolazione del neonato Regno. Il cammino della lingua nazionale è stato difficile: oggi però le statistiche parlano di una diffusione del 95% sull’intero territorio nazionale. In anni più recenti l’italiano ha dovuto reggere con le altre lingue europee un delicato confronto la cui gestione ha inspiegabilmente dovuto fare i conti con un complesso di inferiorità che rasenta forme di esibizionismo o autolesionismo linguistico: spesso gli italiani nei consessi internazionali rinunciano alla lingua madre nonostante la presenza dei traduttori. Questo tipo di comportamento, come altri molto diffusi, negano di fatto la singolarità della lingua italiana come dato identitario e offuscano la realtà dell’italiano come la più antica lingua dell’occidente, conservata meglio di altre perché nei secoli è stata una lingua molto più scritta che parlata.

Breve itinerario storico

Ugo Foscolo definiva l’italiano una lingua morta, facendo riferimento a una lingua italiana commerciale, che aveva un lessico miserrimo, un’assenza di sintassi e una grammatica minima. D’altra parte in quegli anni in Italia aristocrazia e plebe parlavano in dialetto e gli intellettuali in genere conversavano in francese. Di conseguenza l’italiano era una lingua poco diffusa. Eppure, nonostante queste premesse, tra il 1700 e il 1800 alla corte di Vienna si parlava una sorta di “basic Italian”, una lingua franca arricchita dalle parole di opere buffe e di arie liriche che tutti cantavano. Una lingua franca di impareggiabile bellezza – come quella di Pietro Metastasio, forse l’italiano più bello che si sia mai scritto - molto selettiva e composta di un ridotto numero di vocaboli, di strutture sintattiche semplificate e di una grandissima musicalità.

La lingua deli italiani: un’identità ricusata

L’essere stata nei secoli per lo più una lingua scritta vale all’italiano, un po’ paradossalmente, la definizione di “lingua afona”, vale a dire che non si traduce in voce e che rimane sulla pagina. Attraverso i secoli l’italiano ha sempre fatto “poco suono” se si esclude l’area privilegiata della Toscana e la Roma papalina-medicea. Mancanza di suono significa di fatto che la lingua italiana non ha un evidente tessuto prosodico, pur rimanendo musicalissima, tanto che in italiano solitamente si canta volentieri.

Parlare però in italiano sviluppando un calore vocale, una struttura concettuale complessa è possibile soltanto se - come accade ai grandi commediografi - ci si riferisce a una catena parlata dialettale e a una struttura mentale straniera. Il confronto con le altre lingue contribuisce a cogliere meglio questo aspetto: se infatti le lingue europee moderne si sono formate sostanzialmente sulle traduzioni delle Sacre Scritture e nel teatro, quella italiana non ha avuto questa fortuna. Cosa che è invece accaduta al tedesco formatosi in assenza di un’unità statuale, ma con la traduzione di Lutero della Bibbia creatrice di una lingua comune fra i tedeschi. L’inglese ha le sue radici nel teatro elisabettiano di Shakespeare e nella traduzione della Bibbia di San Giacomo.

Per l’italiano è diverso: un grande commediografo come Goldoni scrive in realtà traducendo dal francese in veneziano. L’italiano di Goldoni ha energia vocale, proprio perché si riferisce alla struttura vocale prosodica del dialetto. Nelle sue commedie Pirandello traduce dal tedesco in siciliano: questa lingua strutturata concettualmente, grammaticalmente e anche sintatticamente sul tedesco assume carica vocale perché è tradotta in siciliano. Pirandello ha nell’orecchio le cadenze del dialetto della sua terra. I dialetti, dunque, suggeriscono una cadenza, “fanno suono”: l’italiano, invece è una lingua “che fa poco suono”. Paradossalmente la lingua di Francesco Petrarca - che è più selettiva più melodica, più semplice - somiglia molto di più all’italiano di oggi. È, tuttavia, anch’essa una lingua che riposa sulla pagina, rimane per così dire “sdraiata” e non è facile darle suono.

Nella tradizione letteraria italiana esiste però - come altrove in Europa - un’opera che compendia Sacre Scritture e teatro: è la Divina Commedia con la sua incredibile ricchezza lessicale e le innumerevoli contaminazioni. Alla base tosco-fiorentina si affiancano, infatti, lingue parlate in tutta la penisola, oltre ai famosi latinismi scolastici, latinismi classici e una quantità di gallicismi. Se oggi in italiano esistessero gli anglismi che Dante praticava in forma di francesismo si griderebbe allo scandalo.

La lingua che si comunica attraverso la poesia o il teatro chiama in causa quelli che ascoltano e richiede il loro ascolto come un elemento creativo. Leggere Dante significa avere accesso a molteplici versioni perché ciascuno fa reagire un materiale linguisticamente e stilisticamente molto intenso con la sua storia personale. Quindi, il messaggio viene integrato dall’ascolto. Non così accade oggi nei mezzi di comunicazione di massa che trasmettono messaggi scadentissimi e percepiti passivamente.

Molte colpe e qualche pregio della comunicazione globale

Degradazione della sintassi, approssimazione, sciatteria di un lessico altrimenti ricco e articolato hanno abituato gli italiani a parlare usando spesso un vocabolario molto povero e una forte cadenza dialettale. Il fenomeno è molto pericoloso: come sostiene W.H. Auden ”quando la lingua si corrompe la gente perde la fiducia in quello che sente e questo genera violenza”. Secondo alcuni però non è deprecabile parlare una lingua più brutta, quanto piuttosto avere come modello una lingua televisiva, scadentissima, miserabile, senza sintassi.

La lingua deli italiani: un’identità ricusata

Spesso in televisione l’uso e il significato delle parole viene stravolto – ad esempio si definisce qualcosa “ drammatico “o “ tragico” totalmente a casaccio. Bisognerebbe porre un freno a questa deriva: il mondo della comunicazione e del giornalismo dovrebbe garantire un accesso alla professione che preveda una verifica delle competenze linguistiche senza sì eccedere in purismi, ma con un’articolata cognizione dei complessi problemi dell’uso delle lingue.

La lingua parlata in televisione altro non è che uno strumento attraverso il quale “i parlanti” si esibiscono: interviste ai vicini di casa di un assassino seriale o al portavoce di politici di primo piano vengono presentate con una lingua insignificante, priva spesso anche della carica emotiva talvolta introdotta dal dialetto. Invece di promuovere l’ascolto di veri soggetti si assiste ad una carrellata di falsi soggetti parlanti. Ma c’è anche chi non si scandalizza; non si può rimproverare l’italiano se, nell’espandersi, si è abbassato di livello. Il livellamento, infatti, apre diverse e varie possibilità di comunicazione ed espressione.

Per alcuni il dibattito sulla lingua della televisione è ormai obsoleto: la nuova frontiera è, infatti, il linguaggio degli SMS e dei blog e quant’altro appare di degenerativo nella lingua scritta o anche talvolta parlata dei giovani. Ma non tutti sono pessimisti, anzi. Non va dimenticato, infatti, che il Medioevo è vissuto di “messaggini”: i manoscritti dell’epoca sono pieni di abbreviazioni, come quelle dei quattordicenni di oggi, e proprio attraverso quella lingua abbreviata, dato che la pergamena e l’opera dei copisti costava enormemente, è stata trasmessa tutta la letteratura classica e cristiana. Lo scrivere abbreviato è un esercizio di intelligenza, di riflessione sulla struttura morfologica delle parole; è molto utile, purché non sia l’unico modo di scrivere. Non vale, dunque, la pena spaventarsi di fronte a un nuovo linguaggio che è non solo divertente, ma anche funzionale, non solo pratico, ma anche espressivo.

Scuola, prima imputata, ma non la sola

La scuola ha non poche colpe per la preoccupante situazione in cui versa la lingua italiana, ma ancora di più ne ha la politica. Negli ultimi decenni si è assistito ad una sistematica e costante demolizione delle basi dell’insegnamento della lingua. Nessuna attenzione ai principi fondanti e disprezzo per i severi criteri ortografici: l’errore viene considerato non più qualcosa di impudico, di inaccettabile, ma un qualcosa di trascurabile. Questa demolizione sistematica non è avvenuta a causa di effetti naturali, ma proviene da decisioni politiche impastate di un nefasto pedagogismo e, soprattutto, da quella esplosione devastante - avvenuta dal ‘68 in poi – portatrice dell’idea che gerarchia e limite siano qualcosa di inaccettabile.

Le classi dirigenti formatesi allora sono rimaste profondamente impregnate da questo approccio. Ne deriva quanto sia più importante studiare matematica, scienze, chimica: i classici antichi e la lingua italiana sono - sostanzialmente - considerati dei residuati del passato e non un pilastro fondante dell’istruzione a tutti i livelli. La lingua italiana viene volutamente vilipesa, quasi fosse un atto liberatorio nei confronti dell’ordine e del limite. Nessuno corregge più gli errori di ortografia, i testi che girano per le aule universitarie sono costellati di strafalcioni di fronte ai quali nessuno ormai si scandalizza.

Di fatto i giovani scrivono in un modo quasi illeggibile. Accanto ai problemi di ortografia e di sintassi manca una vera e propria struttura della lingua: non si è più in grado di organizzare un pensiero scritto. Anche in ambienti internazionali la lingua che usano gli italiani non solo è poverissima, ma difficile da comprendere. Come reagire alla deriva proveniente da una “maledetta “pulsione sessantottina, intrisa di pedagogismo mediocre reo di aver plagiato le varie riforme scolastiche che si sono succedute negli anni? La scuola deve riuscire a recuperare un ruolo di difesa della lingua, senza peraltro adottare un atteggiamento di tipo prescrittivo: la lingua, infatti, vive di ibridazioni, questa è la sua dinamica. In questo quadro va anche ricordato il rapporto con i dialetti: c’è un sostanziale accordo sul fatto che la salvaguardia della lingua imponga di non introdurre l’insegnamento del dialetto nelle scuole. E questa impostazione viene ribadita anche da esponenti del governo regionale, qualora la materia passasse di competenza alle regioni.

Ma la crisi della scuola non si esaurisce nella questione della lingua: è tutto il sistema ad aver perso i parametri di riferimento. Come si può pensare all’istruzione dei ragazzi quando si è giornalmente di fronte ad una scuola in cui il professore è vilipeso, destrutturato lui stesso di fronte a un alunno-cliente dell’azienda-scuola e poco ascoltato da un preside -manager preoccupato che qualcuno dia torto al cliente? Il presupposto fondamentale per ottenere risultati in questa direzione è, in primo luogo, riqualificare socialmente ed economicamente il ruolo dei professori. Se, infatti, un livellamento della scuola di massa è nella natura delle cose, non lo è affatto la mortificazione in atto dell’autorità degli insegnanti, il loro mancato collocamento all’interno di una scala sociale rispettata in termini di valori morali ed economici.

L’italiano degli stranieri

I panorami linguistici urbani stanno cambiando, con un numero sempre maggiore di insegne o di manifesti in altre lingue, in altri alfabeti. Non si può, quindi, far finta che non esistano pressioni dalle lingue immigrate nei confronti dell’identità linguistica italiana. Al tempo stesso, però, più di tre milioni e mezzo di stranieri che vivono in Italia studiano l’italiano, investendo tempo e denaro per qualcosa che a volte ha pochi ritorni, soprattutto se la permanenza in Italia diviene una mera destinazione di passaggio verso altri paesi europei o extraeuropei. Lo studio dell’italiano non è solo però una necessità per gli immigrati che soggiornano o vivono stabilmente in Italia: il destino internazionale della nostra lingua trova riconoscimento nel fatto che all’estero viene studiata da un numero sempre crescente di stranieri - oggi due milioni e mezzo.

Ma che cosa trovano gli stranieri nella lingua italiana? Probabilmente un ulteriore strumento di senso, dato soprattutto dal legame di una grande tradizione culturale e intellettuale; sono però spinti anche dall’ammirazione per la nostra creatività. Molti stranieri imparano l’italiano attraverso la poesia e creano loro stessi poesie, partecipano a premi letterari, andando a recuperare profondità e ricchezza di un antico idioma. In molti paesi l’italiano è la quarta lingua e in altri la seconda, come accade ad esempio in vari sistemi scolastici dell’area mediterranea. Si parla italiano in Istria, Dalmazia, Montenegro, Albania. Ma anche in Grecia, in Bulgaria, Romania, Ungheria, addirittura in Russia. E non va dimenticato il grande contributo alla diffusione della lingua italiana che continua a portare la presenza della Chiesa cattolica: la maggior parte dei sacerdoti trascorre, in genere, un periodo a Roma o in Italia e quasi tutti parlano italiano e hanno ricordi giovanili collegati con l’Italia. Tutti questi elementi inducono un cauto ottimismo per il futuro.

Terapie a confronto

Per tutelare al meglio la lingua italiana è necessario evitare un errore molto comune: predisporre una grammatica e un vocabolario di Stato, per imporre una forma e un uso corretti. Come è noto le lingue si ribellano a tutti i decreti. Né vale la pena preoccuparsi troppo per l’eccesso di parole straniere: anche Machiavelli sostiene che la lingua non si preoccupa dei forestierismi, ma “li fa propri e li domina”. Il termine “ mangiare “ è certo un francesismo, ma è in seguito diventata una parola italiana a tutti gli effetti. Non c’è dubbio che uno dei problemi sul tappeto nella salvaguardia dell’italiano sia la questione di un anglismo diffuso. La diffidenza però non serve, per una serie di buone ragioni. Innanzi tutto l’inglese è pur sempre la lingua dei consessi internazionali, della tecnologia, della scienza. Il mondo accademico ruota attorno all’inglese: ecco perché anche le università italiane sono obbligate a confezionare corsi superiori in inglese come in lingua anglosassone sono spesso scritte le maggiori riviste scientifiche edite in Italia.

Arrendersi, dunque o combattere per una quantomeno irreale purezza assoluta della lingua? Il dilemma non è di poco conto: di fronte ai tanti anglismi che penetrano le lingue moderne ci si chiede, infatti, se ogni idioma debba reagire a suo modo oppure se non si debba puntare a soluzioni comuni: adottare, ad esempio, una sorta di euro-inglese della terminologia tecnica.

Se il rapporto di forza dell’italiano con l’inglese è di fatto perdente vanno però repressi gli abusi e gli usi eccessivi degli anglismi in certi contesti in cui obiettivamente non servono. In tutti gli altri casi invece bisogna puntare a delle azioni indirette, ma mirate: favorire la presa di coscienza nelle classi elevate, evitare gli esibizionismi, moltiplicare i dibattiti su questo tema attraverso gli strumenti di comunicazione e favorire l’azione di istituzioni come l’Accademia della Crusca.

Va anche rafforzata e migliorata la competenza dei traduttori, veicolo necessario negli ambiti internazionali. Sono già in programma iniziative importanti a riguardo come il progetto Firenze, città che nel luglio 2007 diventa piazza delle lingue d’Europa. È, infatti, necessario rafforzare la specializzazione linguistica dei traduttori: creare competenze maggiori in settori specifici quali economia, diritto, medicina e tecnologia. Se da una parte è necessario riconoscere l’utilità, l’indispensabilità di una lingua di comunicazione non solo europea ma mondiale, è opportuno evitare il prevalere di altre due o tre lingue a danno di tutte le altre e, di solito, a danno anche dell’italiano. A livello europeo, infatti, contro il multilinguismo garantito si sta ormai affermando la regola del trilinguismo. Appalti, bandi di gara sulle gazzette e sui siti delle direzioni europee sono pubblicati solo in inglese, francese e tedesco. L’italiano è stato escluso: ecco perché l’ultimo bando pubblicato in tre lingue è attualmente oggetto di ricorso davanti alla Corte di Giustizia Europea da parte del Governo di Roma. Un esempio concreto delle difficoltà in atto: se si mette a punto un brevetto comunitario, che possa essere valido in tutti i Paesi, in quante lingue va tradotto il testo? Paradossalmente la disputa potrebbe essere risolta adottando il latino, ad oggi però una strada poco praticabile.

La vera minaccia: l’ipocrisia del politically correct e il livellamento degli stereotipi

L’uso dell’inglese come lingua universale è un fenomeno che ripropone semplicemente qualcosa di già accaduto in passato: c'è stato il primato del greco, poi la lunghissima dittatura del latino, e poi, via via, del francese dei Lumi, in ambito abbastanza circoscritto perfino dell'italiano, poi del tedesco dei vari Idealismi. Oggi è il turno dell'anglo-americano, pragmatico e duttile all'ambiguità della nostra percezione psicologica e concettuale del mondo.

La realtà è che il rapporto con le lingue straniere in un mondo globalizzato non è la vera minaccia. Una lingua forte e importante come quella italiana è seriamente messa in pericolo solo quando sono intaccate le sue strutture morfologiche e fonetiche. Questo oggi per l’italiano ancora non accade, anche se non si può negare una larghissima apertura all’utilizzo di termini stranieri che dimostra una certa debolezza. Ma ormai termini come sport, killer, scout sono entrati nel vocabolario corrente.

Il pericolo vero viene dall’interno, da una tendenza – questa sì massiccia - alla stereotipia, al livellamento verso il basso che probabilmente è anche un pedaggio che occorre pagare quando una lingua d’elite diventa lingua di massa. Quindi, più che di forme anglofone, come jeans e scout, si deve aver paura delle forme basse vere: un casino, un sacco, un tubo, inciucio, inghippo, ndrangheta, straniti o terminologie derivanti dalla lingua della burocrazia. Per non parlare della politica: pausa di riflessione, sfascio, tesoretto.

Le ragioni di questa degenerazione sono molteplici: la paleo televisione, per dirla con Umberto Eco, e, in generale, il linguaggio della pubblicità. In più la scuola che non si oppone, anzi per alcuni contribuisce al naufragio, non insegnando più l’italiano correttamente, valutando l’uso del congiuntivo un orpello e un ostacolo alla libera espressività, o collocando a casaccio i pronomi non conoscendone il corretto uso. Un altro esempio poco edificante: l'abuso di virgolette scritte, parlate e, peggio, mimate con le dita, non è che uno dei sintomi più vistosi della nostra attuale deresponsabilizzazione linguistica.

La lingua italiana ha regalato nei secoli un'identità spirituale non negoziabile che non va dispersa in atteggiamenti mimetici ora sul dominante anglosassone e in un futuro su un presunto e possibile idioma dominante come l’indi o il cinese. Come già osservato la soluzione non può però venire da norme o leggi. Con un’unica eccezione: l’eliminazione delle terminologie cosiddette “politicamente corrette”. Esistono oggi i “non vedenti”, gli ”operatori ecologici” i “diversamente abili”. Non ci sono più gli “interpreti” e i “traduttori”, ma i “ mediatori linguistici “. L’uso del politicamente corretto andrebbe abolito per decreto: questa strana fabbrica di sinonimi di dubbio gusto andrebbe chiusa con un decreto legge urgente e senza ammortizzatori sociali, come propone un partecipante autodefinitosi “diversamente colto”. Di fatto l’edulcorazione per via nominalistica di una realtà più che evidente mortifica - più che gratificare – il soggetto interessato.

Tutela e valore della lingua tra cittadinanza, identità e comunità

C’è chi ricorda che la lingua si modifica seguendo due assi: uno diacronico, l’asse delle generazioni e uno sincronico, il contesto in cui ogni generazione vive con colleghi e amici. Questa commistione fra sincronico e diacronico porta a considerare quanto la trasformazione sia inevitabile.E non serve probabilmente bloccare la dinamica e l’interazione dei due assi. Di fatto, secondo alcuni, la comunità dei “parlanti” nelle sue varie fasce, particolarmente quella giovanile, ha perso sensibilità, coscienza,sensazione e orgoglio del prestigio socio-linguistico della propria lingua madre.

Al tempo stesso però non esiste un rapporto diretto di causa - effetto tra lingua e cittadinanza: gli italiani non diventeranno cittadini peggiori o migliori a seconda che parlino peggio o meglio l’italiano. Né un teorico del nazionalismo affermerebbe che l’unità nazionale e uno spirito nazionale solido abbiano a che fare con la purezza linguistica. Negli Stati Uniti la lingua non è certo uniforme da Stato a Stato: non per questo si può ragionevolmente sostenere che l’America non abbia un forte senso dell’unità nazionale. La lingua, però, non esprime solo la cultura e il modo di rappresentare la realtà di un popolo, ma anche il senso di appartenenza ad una comunità: è uno strumento adatto alla relazionalità, alla socialità e alla creazione di identità.

La lingua è anche un potente mezzo per lottare contro l’inesprimibile ed esprime essa stessa valori etici e fondanti: ecco allora che vanno evitati peccati come il non uso del congiuntivo e la disattenzione nei confronti dei refusi in un testo scritto. La lingua interagisce col pensiero: l’ampiezza, lo spessore, la duttilità e il dialogo con altri idiomi richiedono una macchina potente. Si pensi alla stratificazione dialettale, ma anche regionale dei diversi tipi di italiano: l’italiano è una di quelle lingue che massimamente enfatizza, nella percezione dei parlanti, l’origine geografica rispetto a quella socio-culturale. Si prenda ad esempio un occasionale incontro in treno con un parlante italofono sconosciuto: il primo dato che viene in mente - in funzione dell’inflessione dialettale – è la regione di provenienza e non la classe sociale di appartenenza o il livello culturale del soggetto.

La tutela della lingua impone il recupero di una funzione normativa di quei mezzi di comunicazione che giustamente in qualche caso si devono demonizzare: la televisione, ma anche la radio, per esempio, che può fungere da motore molto importante per la produzione di uno stile recitativo, per la riflessione sul mezzo. Ma paradossalmente - secondo alcuni – sono altri a dover salire sul banco degli imputati. Il processo di degenerazione e imbarbarimento è avvenuto proprio nel settore che sembrerebbe meno incriminato: non tra le matricole universitarie, ma tra coloro che usano e studiano la lingua letteraria.

Bisogna ripartire, dunque, dalla lingua scritta, dal lessico della cultura e della letteratura, recuperando le buone abitudini dello scrivere e del leggere molto. Si esce dallo sfacelo riconquistando i valori forti della lingua ed educando a questi soprattutto i giovani, trasmettendo loro la ricchezza che solo un idioma come l’italiano, con otto secoli di ricchissima storia culturale, può esprimere.

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