Scrittura e Poesia

Da Dante Alighieri al Poeta che c'è in Te
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Rabelais
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Scrittura e Poesia

Messaggioda Rabelais » venerdì 13 aprile 2012, 11:59

Faccio presente che questo intervento vuole essere soltanto una "provocazione", uno spunto per avviare un dibattito meditato sulle condizioni attuali della poesia di un certo settore (quello delle Comunità, dei Forum e dei vari circùiti underground dedicati a chi scrive poesie), con speciale riferimento alla poesia scritta dai giovani (fino ai 30 anni); e che queste mie considerazioni derivano anche dall’esperienza del Premio Nazionale di Poesia Giovane, indetto annualmente oramai da più di venti anni, e dai corsi di scrittura creativa organizzati dal Gruppo Artistico Fara di Bergamo, di cui io sono stato per anni uno dei membri.

Premetto che, a mio avviso, chi scrive poesie non possa fare a meno di attenersi alle seguenti tre condizioni, mancando le quali ciò che scrive non è poesia, ma altro:

1-. Una vena lirica.
2-. Una dimensione ideologica, cioè un pensiero maturo sul problema della condizione umana e della conoscenza(pensiero che di solito si identifica con la propria tematica).
3-. Una consapevolezza della natura della lingua.

Nell'osservare da quest’ottica privilegiata lo scenario in cui attualmente si muove la poesia scritta dai giovani, ho spesso notato, fra le tante cose positive (prima fra tutte, l'apertura alle forme nuove e alla sperimentazione), due basilari assenze, indispensabili perché ciò che si scrive possa essere classificato come poesia: il lirismo, cioè la predisposizione al canto poetico; e il tema, cioè una preoccupazione vera e seria.

In questo mio percorso di ricerca, per quanto riguarda il "lirismo", per qualche motivo troppe poesie non "cantavano"; e per quanto riguarda il "tema", per qualche motivo molte altre poesie non avevano cose da dire, non esprimevano una urgenza interiore corrispondente a un oggettivo problema esteriore. Mi sono reso conto che i versi di queste poesie raramente parlano della violenza, delle crisi matrimoniali, della bomba H, delle dozzine di Chernobyl da cui siamo assediati, dell'incomunicabilità, dei figli che si bucano, dei bambini seviziati a domicilio, delle tante mafie, delle cento camorre, dei mille ricatti, delle quotidiane prevaricazioni; o, a voler passare a dimensioni più universali, del significato del nascere, del vivere, del morire. E raramente parlano della capacità, nonostante tutto, di cantare, di sperare, di sorridere al prossimo, di costruire. Oppure, alcune volte questi temi sono presenti, ma come finti, recitati; non sofferti, ma scelti programmaticamente, col risultato di produrre solo affettazione: ciò che è peggio della stessa assenza di un tema.

Questa linfa canora, questo sapore pieno ed autentico della materia poetica, è dunque cosa assai rara nella produzione dell’attuale "poesia giovane". Un esempio, appunto, della consolante presenza di un tema robusto, ma purtroppo non ravvivato da una linfa canora, né da un senso genuino della materia poetica, può essere questo brano, offerto da una raccolta recente di poesia impegnata politicamente. Qui non si potrebbe desiderare un tema più sostanzioso: il lavoro disumanizzante degli operai ("Poveri operai / costretti a fabbricare bombe ..."), il loro sfruttamento morale se non economico, l'ingiustizia sociale, la maledizione della guerra, il tragico che sembra innato nella natura e nel destino dell'uomo. Ma questi pensieri, non essendo espressi con gli strumenti propri della poesia, cioè con il giusto impasto verbale, sonoro, visivo, restano pensieri, che producono versi a volte di tono polemico, a volte di tono prosastico e dichiarativo, incapaci di risolvere in creatività e in canto l'impegno politico, l'interesse storiografico, l'indignazione morale di una coscienza onesta; cose certamente più preziose della poesia, ma che non sono poesia quando rimangono al livello della polemica e del moralismo, come accade in questo caso.

Voglio bambini non costretti a lavorare
e padri non costretti a picchiare i figli.
Voglio uomini e donne senza oro e dignitosi,
occupati solo a non soccombere
all'istinto di sopravvivenza.
L'agrario
ha smesso i suoi abiti ed è diventato più fine.
Continua prendere
ma lo chiamano imprenditore
e continua a non dare
ma lo chiamano datore di lavoro.
Poveri avambracci ingrossati
e grattati dalla limatura di ferro.
Povere dita tumefatte
adornate dai lividi e dalla sporcizia.
Il fattore
ha venduto quel ghigno da idiota
e ha comprato con la sua ultima dignità
la faccia da scemo e i pochi capelli
del capo ruffiano.
Poveri operai
costretti a fabbricare le bombe
con macchine nuove e moderne.
Poveri contadini
macellati in trincea con le loro spalle grosse.
E le donne
le troppo tenaci donne
a precedere il giorno su lunghe strade infangate
verso la ciminiera,
moderno incrocio tra comignolo e campanile.
Le donne
le troppo giovani donne
rinchiuse
con i loro sogni e i loro amori
tra i muri sudici delle filande.


Ed ora mi soffermo su un esempio in cui entrambi questi imprescindibili elementi sono presenti nel poeta in quell'unità organica che si può indicare come la buona strada verso il linguaggio della poesia: cioè la fusione della cosa da dire con quello che in epoca carducciana si chiamava l'afflato lirico.

Mi sono imbattuto nella lirica che faceva al mio caso sfogliando una rivista "trimestrale della cultura sommersa". Il tema della lirica - che non ha titolo - è un aspetto del tragico esistenziale: la sterilità procreativa ed affettiva. Il colpo della natura matrigna è accusato con ira e denunciato.

Fasci di luce
densa e polverosa,
quasi corporea,
tra gli argentei ulivi
Fuma la terra
mattutine nebbie
aperta nelle zolle
aspetta il seme
che madre la farà,
feconda
e grande madreterna.
E tu offri invano
un grembo isterilito
ove il seme s'adagia
palpita e muore
Ma la vita non nasce
ché, nascendo, morte
sarebbe insieme
inizio e fine
e ogni soffio di vita
sussulto d'agonia.
Ma ... taci e guarda
l'incanto del mattino
Un'alba nuova è nata
e la sua luce,
dolce carezza
sull'eterne brume,
lenta e lucente
si sofferma ancora
sull'argento di carne
degli ulivi.


Se il motivo del tema possiede la verità elementare del tragico, il linguaggio è robusto, la sua chiarezza è quella della dignità e del coraggio. La situazione esistenziale e psicologica fa pensare a un motivo saffico ma non suona di derivazione letteraria, piuttosto vibra la protesta per la maledizione avuta in sorte: il germe di vita gettato nel grembo della poetessa per trovarvi la vita, vi trova la morte. La protagonista vive il suo corpo come ricettacolo di morte e - come è detto in altre poesie - di follia. La preclusione all'amore, anche all'amore, è implicita ed evidente, e così la denuncia di tale preclusione.

Il motivo, come avviene nel caso dei veri motivi poetici, è polivalente: vale sul piano fisico della sterilità ginecologica, come su quello psicologico ed esistenziale; e, meglio, su entrambi allo stesso tempo. Il motivo vissuto è la condanna ad essere umani nel corpo e nei sentimenti, senza poter vivere da esseri umani né il corpo, né i sentimenti: in particolare il divieto di ricevere e di produrre amore, che include il motivo della vita mancata in ogni suo aspetto vitale.

Come si vede, il tema possiede quel respiro pieno capace di allargarsi alla denuncia dell'ingiustizia e della cecità della vita. Il "Ma...", che dà l'avvio alla chiusa, introduce uno stacco di tono, si risolve sì in un lirismo trasognato, ma anche in un lirismo sostanziato dal tema: che sia negata ogni serenità rende più acuta la sensibilità ad ogni spettacolo sereno; ed ecco i versi finali incantati nel silenzio di una "alba nuova".

Uno dei trabocchetti, quindi, nel quale i giovani (ed anche i non giovani) devono guardarsi dal cadere è l'assenza di un tema sofferto. In questo trabocchetto si cade molto facilmente quando esiste in chi scrive l'assuefazione alle varie realtà esistenziali, quando esiste in lui la tendenza allo scontato, al prendere per scontato quanto accade: quando si radica, quindi, l'abitudine a partire da convinzioni o addirittura certezze che francamente fanno rimanere di sale, che lasciano increduli sul fatto che possano esistere. E più che mai è grande lo stupore se si considera che ciò accade nel nostro momento storico, cioè allo stadio attuale della crisi della conoscenza: quando si è ampiamente verificato che più l’uomo approfondisce le sue conoscenze, più si rende conto che conosce molto poco; che la conoscenza non è di questo mondo: almeno per il momento.

I giovani (e i non più giovani - aggiungo io) che aspirano ad essere poeti, nella stragrande maggioranza, prendono per scontato il valore dei vocaboli, come quello di tante forme convenute del nostro vivere quotidiano; le prendono per realtà assolute, come se il pensiero e la psicologia moderni, la fisica e la chimica moderne non esistessero, come se Hegel e Freud, come se Pirandello e Svevo non fossero mai passati sulla loro strada.

Quindi, bisogna stare attenti a classificare come poesia tutto ciò che una persona esprime liberamente sulla base di un moto dell'animo. Così come penso che ci sia differenza tra l'artista e il cosiddetto "pittore della domenica", altrettanta differenza esiste tra chi utilizza la versificazione come "pulizia del camino" e auto-psicoanalisi a costo zero, e il vero poeta, che si muove in una dimensione del tutto diversa.

Il vero poeta non scrive con le parole, nel senso in cui le intendiamo e le usiamo noi nel linguaggio quotidiano, ma con un impasto tale di elementi verbali, che costituisca una materia capace di esprimere. Quindi è importante che il poeta sappia distinguere tra parole che costituiscono - nel contesto - materia poetica e quelle che restano parole di vocabolario, cioè di natura pratica e quotidiana: funzionali non espressive.

Perché il poeta deve sentire il bisogno di superare la parola della prassi? Per il fatto che la poesia ha un valore conoscitivo, ed un valore conoscitivo di natura psicologica, fisiologica, quasi materica e non teorica: la poesia sviscera la vita, nelle sue mille forme, e la rende, la ricrea nella sua materia poetica, come il pittore la rende nella sua materia pittorica e il musicista nella sua materia sonora, "sinfonica" nel senso etimologico del termine. Il poetare è un modo di penetrare nelle cose, tutte le cose e le creature: che poi le cose insegnino, ammaestrino, rivelino, denuncino, questo deve essere affare della "materia poetica" nella sua unità con il "tema" vissuto nella verità soggettiva del poeta: la prima non vive senza il secondo, il secondo non vive senza la prima. Anzi le due cose non esistono separatamente: così come nel corpo umano le funzioni vitali non esistono senza il corpo, né il corpo senza le funzioni vitali.

Alcuni sostengono che, per esprimersi liberamente, la persona si deve liberare di tutte le regole letterarie, metriche e formali. Però - costoro me lo concederanno! -, chi scrive poesie non può liberarsi anche della conoscenza della lingua, riempiendo i versi di sfondoni che denunciano la sua scarsa dimestichezza con la lingua in cui si esprime. Per liberarsi di queste regole, occorre che la persona le conosca, le abbia fatte proprie e le abbia introiettate; dopo di che, ignorarle sarà un passaggio "voluto" del suo percorso artistico-culturale. Picasso, quando ha voluto esprimere una rivoluzione dei canoni artistici, ha abbandonato tutte le forme e le regole della pittura classica, che però aveva studiato a fondo e con le quali si era espresso ad altissimi livelli artistici nelle opere precedenti.

Anche la voluta abolizione della punteggiatura a volte ha lo scopo di sconcertare in qualche misura il lettore, perché, quando ci si trova in uno stato di perplessità, la mente comincia a operare in modo non logico. E di questo io sono fermamente convinto: solo procedendo al di fuori e ai margini della logica (ma essendo pienamente consapevoli di questa scelta), si può fare un balzo verso l'intuizione.

Quando parlo di "logica", intendo riferirmi al pensiero dualistico verbale, che divide in modo concettuale il mondo in categorie. Infatti, quando si percepisce un oggetto, si tende a tracciare una linea tra esso e il resto del mondo, si suddivide artificialmente il mondo in parti: ma se ci si ferma solo a questa operazione, si smarrisce la possibilità di "capire". La scelta dell'intuizione, invece, costringe ad associare in modo nuovo e consapevole parole, musica, immagini, penombre, colori, umori: cioè spessori lessicali con spessori musicali, pittorici, coloristici. Solo ciò costituisce una materia capace di esprimere. Ecco perché la materia poetica non parla la logica della sintassi, anche se non butta al macero i nessi logici.

Il poeta autentico non si libera così, tanto per liberarsene, di tutte le regole letterarie, metriche e formali. Il poeta autentico ignora bensì la logica e la sintassi proprio allo scopo di raggiungere una chiarezza maggiore, un tipo di chiarezza che la logica non fornisce. Il poeta della domenica, invece, che "atteggia" e non "controlla" il proprio linguaggio poetico, distrugge la logica e la sintassi senza conseguire nulla in loro vece - tranne una romanticheria e un'affettazione fastidiosamente ridondanti. Il problema va quindi posto, secondo me, nei termini seguenti. La poesia presuppone il rapporto tra una significativa esperienza di vita e l'espressione della medesima. Se tale esperienza non esiste, ovviamente non può esserci la sua espressione.

Rabelais

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Messaggioda LaGiada » sabato 14 aprile 2012, 16:46

3)’’Mancanza della consapevolezza della natura della lingua’’: proviamo ad assegnarne la responsabilità….

E’ sorprendente, oltre che consolatorio, ritrovarsi in uno scritto altrui!
Leggerti, Rabelais, è stato come guardarsi in uno specchio magico: ho riconosciuto il mio pensiero e, riflesso, mi è parso più bello! :lol:
Ho cercato di esprimere, ne ‘’La letteratura vive solo se si pone obiettivi smisurati…..’’, la mia idea sulla condizione in cui versa la cultura italiana contemporanea e ne ho trovato rispondenza nella tua ragionata analisi, sulle deficienze che rendono una lirica indegna di qs nome.
Certo che bisogna averci una predisposizione, alla poesia, ma certo è pure, Rabelais, che la conoscenza della lingua, approfondita e non cialtrona, ce la deve dare la scuola.
E’ lì che i talenti, le inclinazioni personali, vanno riconosciuti, coltivati.
Ma, soprattutto, è lì che si deve trasferire, ai giovani, il sapere dei nostri padri.
La scuola contemporanea, però, è quella che sacrifica le discipline umanistiche a favore di quelle tecniche, è quella che sostituisce le ore di latino con quelle di inglese…
Istituisce corsi di laurea, interamente in lingua inglese, affinché i nostri giovani siano adeguati cittadini del mondo, capaci di tradurre il pensiero (e i bisogni) di coreani, giapponesi, cinesi, misconoscendo (però) che loro vengono da noi per studiare il latino o il diritto romano che hanno costituito le fondamenta della civiltà.
Ricordo anni fa, un sondaggio dell’Accademia della Crusca, aveva evidenziato che più della metà degli elaborati di maturità non avrebbero meritato la sufficienza.
Oggi viviamo in un clima di analfabetismo di ritorno e (mi scuserai se continuo a ribadirlo) siamo convinti che letteratura, poesia, arte (cultura, per dirla in sintesi), perché abbiano valore, debbano essere in grado produrre beni… di generare ricchezza monetaria.
Io credo, Rabelais, che la poesis (in senso aristotelico, quale risultato autonomo rispetto a chi l’ha generato e, pertanto, patrimonio di tutti) e l’iter che conduce ad essa, siano totalmente ignorate dai giovani, poiché l’offerta culturale della scuola è deficitaria e, spesso, ha come unica finalità quella di saziare il mercato (servono ingegneri, informatici, fisici: che ce ne facciamo dei laureati in lettere e filosofia? Che attesa di vita hanno, se non quella di andare ad insegnare, sottopagati, in un sistema scolastico allo sbando?)
Ecco perchè i giovani diventano solo spettatori fedeli, o asserviti clienti, di una globalizzazione che li induce a credere che tutto possiamo essere o diventare… anche senza studio e, tanto meno, senza un tono ispirato.
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Re: Scrittura e Poesia

Messaggioda Rabelais » sabato 14 aprile 2012, 18:06

LaGiada, per me la scuola ha soltanto il compito di fornire le basi perché una persona le utilizzi come trampolino di lancio per approdare alle soglie della conoscenza: dico alle soglie, non alla conoscenza piena, che non è di questo mondo. Posso sbagliarmi, ma personalmente non ne farei una questione di tipi di scuola o di percorsi tecnici o umanistici; ma una questione di personalità e di spasmodico desiderio di conoscere e realizzare compiutamente se stessi. Ti ricordo che Gadda si laureò in ingegneria, rinunciando alle proprie inclinazioni letterarie, per accontentare il volere della madre; che Quasimodo frequentò a Messina l'Istituto Tecnico "Jaci", dove si diplomò geometra (e fu ottimo traduttore sia di autori classici che moderni); che Montale fece solo degli studi tecnici; che Italo Svevo fu mandato dal padre presso il collegio di Segnitz, in Baviera, dove studiò il tedesco e altre materie utili per l'attività commerciale; Giuseppe Prezzolini non terminò gli studi liceali; Gregory Corso non fece studi specifici: era leggendo Shelley in un carcere minorile che aveva cominciato a scrivere poesie. Montale e Quasimodo li ho conosciuti di persona, seppur giovanissimo, nelle mie scorribande nei famosi caffè di via Brera a Milano. Gregory Corso l'ho conosciuto a Bergamo, in occasione di un corso di scrittura creativa.

Il resto di ciò che penso, a proposito del problema che poni, potrai scoprirlo nel resoconto della tavola rotonda "La lingua degli italiani: un'identità ricusata", un documento che ho postato in questo Forum, che ritengo molto interessante ed in cui mi ritrovo del tutto.

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Re: Scrittura e Poesia

Messaggioda LaGiada » sabato 14 aprile 2012, 19:21

No, Rabelais, non ne faccio una questione di tipo di scuola: parlo solo della qualità delle cose che vi si insegnano.
Gli indirizzi tecnici sono preferiti perché si ritiene che quelli umanistici non abbiano ‘’sbocchi’’professionali (anacronistico, probabilmente, immaginare una cultura solo fine a se stessa- anche se, per definizione, la cultura , quella con la C maiuscola, non lo è mai!), ma ciò che intendevo dire è che ‘’…..chi scrive poesie non può liberarsi anche della conoscenza della lingua, riempiendo i versi di sfondoni che denunciano la sua scarsa dimestichezza con la lingua in cui si esprime. Per liberarsi di queste regole, occorre che la persona le conosca, le abbia fatte proprie e le abbia introiettate; dopo di che, ignorarle sarà un passaggio "voluto" del suo percorso artistico-culturale…’’ . A chi è affidato il compito di farcele conoscere, queste regole? Le istituzioni (e nel caso specifico, dunque, la scuola), sono le prime responsabili della qualità culturale di un popolo (IMO).
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