L'uomo e la società.

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Cyrano
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L'uomo e la società.

Messaggioda Cyrano » lunedì 2 aprile 2012, 18:02

Quella che stiamo attraversando non è una crisi del denaro, ma una crisi dei valori. Nella società attuale lo Stato e la cultura si sono annullati dentro l’economia. Tocca a noi cittadini agire per determinare il cambiamento e costruire un mondo nuovo.

C'è, nella vita di George Whitman, la metafora perfetta di cosa voglia dire economia della fratellanza. Uomo libero e fuori del comune, George Whitman è morto nel 2011 alla veneranda età di 98 anni, a Parigi. Per decenni, la sua libreria Shakespeare & Co. di rue de la Bucherie vicino Notre Dame, è stata punto di riferimento culturale e luogo dove acquistare libri meravigliosi, nonché simbolo di quell'ospitalità senza pari, perché senza patria, offerta a tutti i grandi viaggiatori del mondo. George Whitman accoglieva i clienti della sua libreria, che giungevano da ogni dove e, qualora ne avessero avuto bisogno, offriva loro un posto per dormire la notte nella sua libreria. Non ebbe mai problemi. Usava dire che i delinquenti si riconoscono subito, "perché sono terribilmente noiosi". All'ingresso della libreria è ancora scritta una frase, che così recita: "Be not inhospitable to strangers lest they be angels in disguise". In questa frase è il senso di una fratellanza universale che renderebbe la nostra società, pur senza negare la ricerca del profitto, migliore di quella attuale. La vita di questo grande uomo ci ricorda che abbiamo smarrito quel senso sacro dell'ospitalità per cui, in epoche lontane certamente più dure e più povere della nostra, eppure più generose, a nessuno erano negati un pasto e un luogo in cui dormire la notte. Whitman campò del proprio mestiere di libraio e, come tutti noi, cercò di guadagnare il giusto. Mai nella sua vita egli abdicò, a ciò che rende l'uomo diverso dall'animale: la generosità e l'accoglienza verso il prossimo. Uno dei sintomi più gravi della nostra crisi economica e sociale è la progressiva sparizione di questa generosità e di questo senso dell'ospitalità. Abbiamo creato mercati e luoghi di lavoro spietati. In cui domina la logica del "mors tua vita mea" e, in cui, buona parte delle nostre azioni sono ispirate più alla paura di non farcela che alla gioia di creare cose nuove. La verità è che in economia è assai più produttiva la somma di due generosità ispirate dal coraggio, che non il saldo di due egoismi condizionati dalla paura. Troppi luoghi di lavoro sono ispirati a questa paura e a un'eccessiva competizione tra colleghi, che una pseudo-dottrina manageriale di bassa lega anni fa individuò essere condizione necessaria per determinare imprese produttive.
Abbiamo bisogno di costruire un mondo nuovo. Quello che colpisce del periodo attuale è che, nonostante gli aridi dati macro-economici ci dicano che ne stiamo forse uscendo, permane la nostra sensazione di cittadini che nella crisi ancora ci siamo in pieno. La ragione è che quella che stiamo attraversando non è una crisi del denaro, ma una crisi dei valori. Il turbo-capitalismo sregolato di questi anni e la globalizzazione infatti, si sono limitati a riempire il vuoto lasciato vent'anni fa dal crollo delle ideologie senza preoccuparsi di costruire un'idea di società comune. Ecco perché ci sentiamo smarriti, ci manca un'idea di società alternativa a quella attuale, che ponga l'uomo e la sua dignità al centro, e in cui il lavoro non sia mercificato ma considerato per il suo essere momento pieno di valorizzazione dell'uomo e dei suoi talenti. Perché ciò avvenga, dobbiamo prima di tutto cambiare la nostra idea di lavoro, che da salariato deve diventare partenariato. E dobbiamo immaginare una società fatta di organizzazioni costruite secondo principi differenti da quelli attuali: non gerarchici ma cooperativi. Occorre, al tempo stesso, che superiamo l'idea stupida per cui la competitività tra le persone è fonte di valore «di per sé». È vero il contrario, come scrisse Albert Einstein: "(...) Ritengo che il peggior male del capitalismo sia la storpiatura dell'individuo. Tutto il nostro sistema educativo risente di questo male. S'inculca nello studente un'esagerata attitudine alla competizione, esortandolo a venerare avidamente il successo quale preparazione per la sua futura carriera."
E per farlo, cioè per realizzare una società in cui sia la cooperazione e non la competizione tra gli uomini a essere la regola, è essenziale modificarne l'obiettivo, che non deve essere il massimizzare bensì l'ottimizzare. A questo scopo, è di cruciale importanza il recupero di un ruolo forte da parte degli stati e della politica, che devono essere capaci di riscrivere le regole del nostro stare insieme anche andando contro i forti interessi economici precostituiti. Così come, è essenziale ridare peso alla cultura e alla conoscenza in quanto beni collettivi. Bisogna, in altre parole, che ci ricordiamo dell'esempio di George Whitman, e che rammentiamo come la felicità sia fatta anche del godimento «di quello che non si compra»: un buon ambiente di lavoro, una città sicura e non inquinata, una conversazione tra amici, la partecipazione ad associazioni sono fattori che concorrono alla nostra qualità della vita tanto quanto il denaro se non di più. Nella società attuale lo stato e la cultura si sono annullati dentro l'economia. Ecco perché è una non-società. Tocca a noi cittadini agire per determinare il cambiamento; e costruire una società a misura d'uomo fatta di comunità sostenibili, che sia in grado di soddisfare i propri bisogni senza pregiudicare le possibilità delle future generazioni. Una società fondata, come la natura stessa, sui valori della cooperazione, della partnership e della relazione. Come ha scritto Fritjof Capra: «La vita non s'impadronì del pianeta combattendo, ma cooperando, associandosi, relazionandosi».


Articolo tratto dal libro di Reina D., Vianello S. "GreenWebEconomics. La nuova frontiera".
Fatti non foste a viver come bruti , ma per seguir virtute e canoscenza .

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Re: L'uomo e la società.

Messaggioda angioletta » lunedì 2 aprile 2012, 21:34

Condivido tutto cio' che è scritto, chissà che questa "crisi economica" ci faccia svegliare dal torpore.
Chissà se riusciremo a ricominciare ad essere migliori. Mi rendo conto che per molti è così difficile ritornare ad essere "umani", troppo impegnati ad essere vincenti. Capaci di dire frasi sentimentali solo per farsi apprezzare.
E' quello che sogno da tempo anche se tutti questi comportamenti mi hanno fatta diventare piu' disincantata e piu' dura...fuori.
Ma il cuore è rimasto ancora pieno :)
Sento il disagio intorno a me lo sento dentro di me ed ho cominciato a parlarne.
Ce la faremo :)
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Individuo e società.

Messaggioda Cyrano » mercoledì 4 aprile 2012, 23:24

Individuo e societa’


Non è facile per noi occidentali capire che l’idea di Individuo, con la sua identità personale, la sua libertà e i suoi diritti (idee tutto sommato recenti anche nel nostro mondo) non hanno alcun significato in quello Orientale.
Il concetto di Individuo infatti non aveva alcuna importanza per l’uomo primitivo o per i popoli della Mesopotamia, dell’Egitto o dell’Estremo Oriente, così come in realtà accade oggi in tante parti del mondo.
Nelle più lontane società primitive di cacciatori, di raccoglitori e di pescatori, la divisione del lavoro era basata sull’età e sul sesso e praticamente ogni uomo e donna aveva il controllo dell’ intera eredità culturale del suo gruppo.
Ogni adulto, in un contesto simile, poteva diventare un essere umano completo.
Verso il 3500 a.C., i fiorenti villaggi situati nella valle meridionale del Tigri e dell’Eufrate in Mesopotamia, stavano ormai diventando delle città, le prime nella storia dell’umanità .
In esse c’erano, ben distinte, la casta dei governanti e quella dei servi, degli artigiani, gli ordini sacerdotali, i commercianti e così via: di conseguenza nessuno poteva più sperare in alcun modo di diventare un essere umano completo. Ognuno era solo parzialmente uomo.
In questo contesto non c’è spazio per l’individuo, ed è proprio da queste antiche città che sono nati tutti i rami dell’unico albero delle quattro grandi aree delle maggiori civiltà: la Cina ed il Giappone da un lato e il Vicino Oriente e l’Europa dall’altro.
Frutto del lungo percorso compiuto dalla civiltà Occidentale sono le osservazioni di uno dei padri della moderna Psicologia, Carl Gustav Jung, che indica con “Individuazione “ il processo che porta all’individuo psicologico.
In contrasto con l’idea Occidentale di un destino e di un carattere individuale, nel mondo Orientale l’interesse si concentra non sulla persone bensì sull’Ordine Sociale. Non quindi il singolo individuo creativo ma la soppressione di ogni impulso alla individualità.
Un’altra differenza la possiamo ritrovare nel passaggio dalla vita terrena all’aldilà: nella filosofia e nella Religione Occidentale la persona che muore mantiene la sua identità anche nella sua destinazione all’Inferno o al Paradiso.
Le Filosofie e le Religioni a d’Oriente tendono invece a spersonalizzare: alla morte la maschera del ruolo terreno cade e si assume quella del mondo dell’aldilà. Gli esseri, le non-entità destinati all’Inferno hanno forme demoniache, mentre quelli destinati al Paradiso prendono sembianze divine.
E quando una di queste non-entità viene reincarnata nuovamente sulla terra, assumerà un’altra maschera, senza alcun ricordo della vita precedente.
Mentre al centro della cultura europea c’è l’individuo, che nasce e vive una sola volta ed in modo diverso da ogni altro, nella cultura orientale, dall’India al Tibet, dalla Cina al Giappone, l’Essere vivente è concepito come immateriale, che può trasmigrare da un corpo all’altro, da una forma all’altra.
La individualità, l’ “IO”, suggerisce al filosofo orientale solo il desiderare, il bramare, il lasciarsi andare alla pulsioni che nella nostra cultura Freud definisce l’ “ES”, che risponde solo al Principio di Piacere, mentre l’ “IO”, come definito da Freud, è l’entità psicologica che ci mette in relazione col mondo esterno a noi, con la realtà, e che risponde al Principio di Realtà (o almeno dovrebbe rispondere).
In ogni periodo di indebolimento dei valori ci si rivolge più spesso ai valori della fede e del misticismo ed è forse per questo che in questi ultimi cinquanta anni abbiamo assistito ad un rinnovato interesse per tutte le culture e le religioni diverse dalla nostra, alla ricerca di Dio, ma anche di sé stessi.
Fatti non foste a viver come bruti , ma per seguir virtute e canoscenza .

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Re: L'uomo e la società.

Messaggioda Cyrano » giovedì 5 aprile 2012, 20:24

Angioletta fai bene a parlare, a comunicare, i silenzi molte volte generano mostri dentro di noi, che con il tempo, divorano la nostra anima, rendendola arida, incapace d'amore. Credo che socializzare, raffrontarsi con gli altri sia, anche se primitiva e basilare, la prima forma d'amore.
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Re: L'uomo e la società.

Messaggioda Himera » martedì 1 maggio 2012, 21:03

Visto come vanno le cose forse converrà farsi una ragione e pensare che la giustizia non è di questo mondo (Italia). :roll: :roll: :roll:


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