Appunti di viaggio - Abu Simbel

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Rabelais
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Appunti di viaggio - La partenza

Messaggioda Rabelais » mercoledì 4 aprile 2012, 9:43

Il decollo è rapido.
Scivolo verso l’alto e provo un senso di euforica leggerezza nello staccarmi da terra, e una leggera inquietudine: stringo la mano di mia moglie.
Poi la rapida accelerazione cessa di colpo e sperimento una sensazione di immobilità: l’aereo ha preso quota e pare immerso in una ovattata fissità spaziale.
Dopo un’ora di volo sono a Roma. Poi Napoli, Catanzaro: appare la linea di costa con l’azzurra immensità del mare.
Presto sono in vista del Peloponneso e della Cappadocia… ancora il mare, su cui si stendono sfilacciate nuvolette che riverberano la luce accecante del sole.
In prossimità della costa emergono dall’acqua isole rocciose, percorse dalle venature sottili di strade che da qui paiono tracciate nella polvere con la punta di un dito.
Sogno, guardando dall’oblò le nuvole. Mi viene in mente una loro classificazione studiata ai tempi del liceo: cirri, cumuli, nembi, nembi-strati…
Mi immergo nella lettura, interrotta solo di quando in quando dal personale dell’aereo che porge bevande e generi di conforto… sconfortanti. Mi rifiuto di mangiare queste cose.
Ora sotto di me è il deserto.
Le nubi proiettano sul colore ocra della sabbia ombre azzurrate simili a laghetti.
Lunghe piste rettilinee, deserte anch’esse, lo percorrono in tutte le direzioni.
E finalmente… il Nilo!
La lunga striscia d’argento serpeggia sotto di me in mezzo a due strisce altrettanto sottili di verde, tra la sabbia dorata.
Mi prende l’emozione ben nota, quella di chi ritrova, dopo mesi di lontananza, una persona amata, a cui sempre si pensa, a cui è legato il cuore.
Mi viene in mente un passo di un classico del Medio regno, il “Racconto di Sinuhe”, che dice: “Tu rivedrai la terra d’Egitto”.
La rivedo e mi sento felice: una promessa mantenuta.

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Appunti di viaggio - La Valle dei Re

Messaggioda Rabelais » mercoledì 4 aprile 2012, 9:47

La strada procede diritta, attraversando villaggi di contadini e campi coltivati.
Poi i due Colossi di Memnone, unici resti del tempio funerario di Amenhotep III distrutto dalle alluvioni del Nilo, appaiono stagliandosi contro la montagna e sembrano segnare un’ideale porta d’ingresso alla Valle.
La Valle dei Re è una conca che si apre ai piedi delle montagne del deserto, sulla riva occidentale del Nilo… qui furono sepolti tutti i faraoni dalla XVIII alla XX dinastia, quando la capitale dell’Impero era Tebe.
“Imentiw” (gli occidentali) chiamavano gli Egizi i morti, coloro che andavano ad Occidente, dove il sole tramonta, dove anch’essi tramontavano per proseguire la loro vita nel mondo ultraterreno, come il dio Ra prosegue il suo viaggio sulla barca solare nel mondo sotterraneo durante le ore notturne.
Al disopra della Valle si erge una caratteristica montagna di forma piramidale: forse fu quel segno a decidere l’ubicazione delle nuove tombe reali…
In questa valle, incuneata nel fianco di una montagna, il vero signore è il silenzio.
Quello che ancora vi regna dopo il tramonto, quando viene chiusa e finiscono le visite e l’antica spiritualità prende il sopravvento sulla moderna tecnologia dei metal-detector all’ingresso, dei vetri protettivi davanti ai dipinti, della luce elettrica, degli scivoli di legno, degli igrometri che ronzano incessantemente all’interno delle tombe.
Il luogo è suggestivo, anche se l’atmosfera di religioso raccoglimento che ispira risulta turbata dalle frotte chiassose dei turisti che guardano molte cose senza vederle e senza capirle.
Ora si penetra nelle tombe attraverso comode passerelle e i corridoi sono sgombri da detriti, ma io immagino ogni volta come doveva essere l’aspetto delle tombe quando si presentarono alla scoperta… e quello di quando furono chiuse –per sempre, si pensò allora- e sigillate dopo le cerimonie funebri officiate per il re che era “salito al suo orizzonte”.
La pianta delle tombe varia, ma rimane immutata la loro struttura: una scalinata conduce ad una successione di stretti cunicoli e di sale, l’ultima delle quali contiene il sarcofago.
Visito soltanto poche tombe, preferendo soffermarmi e gustare i particolari dei dipinti murali, in uno stupefacente stato di conservazione, piuttosto che vedere molto e tutto male.
In quella di Ramses VI rimango fermo nel primo corridoio per gustarmi l’esplosione cromatica delle pareti vivide di scene affascinanti.
Qui è rappresentata la psicostasia: un tribunale divino di 42 giudici, presieduto da Osiride, assiste alla pesatura del cuore del re che viene posto su un piatto della bilancia, mentre sull’altro sta la piuma di Maat, simbolo di verità, giustizia, ordine cosmico. Il dio Anubi, patrono degli imbalsamatori, esegue la pesatura, mentre il dio Thot, inventore della scrittura, col calamo in mano, prende nota del risultato e il terribile mostro Ammit, “la divoratrice”, è pronto a fare a brani il defunto qualora il verdetto risultasse sfavorevole. Ma può forse un re, garante di Maat, essere colpevole?
Ed ecco, più in là, Ramses che sale una scala che lo conduce al cospetto di Osiride, signore del mondo ultraterreno, e ad ogni gradino pronuncia una formula della “confessione negativa”.
Mia moglie legge: “Non ho impoverito un misero. Non ho fatto piangere. Non ho ucciso. Non ho tolto il latte dalla bocca dei bambini….”.
Le formule magiche si snodano negli eleganti geroglifici, ma non ho agio di ascoltare con calma mia moglie che legge i geroglifici.
La folla dei visitatori preme, come un lungo serpente scende incessantemente per i corridoi diretta verso la camera del sarcofago che giace spezzato per poi, con una inversione di marcia, ripercorrere a ritroso, questa volta in salita, lo stesso cammino.
La dea del cielo Nut, dipinta sul soffitto della camera sepolcrale, curva sopra la terra, il corpo cosparso di stelle, ingoia il disco solare la sera e, dopo averlo fatto transitare dentro il suo corpo divino, si accinge a partorirlo per dare origine ad un nuovo giorno, nell’eterno divenire del mondo… pare allargare le sue ali protettive anche su quel serpente di folla.
E allora ricordo un passo della formula magica “per non morire di nuovo”: TU SARAI PER MILIONI DI MILIONI DI ANNI. E sento che davvero il faraone ha conquistato la sua immortalità. Nel ricordo dei posteri.

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Appunti di viaggio - Abu Simbel

Messaggioda Rabelais » mercoledì 4 aprile 2012, 9:51

Il pullman percorre la pista nel deserto mentre sta sorgendo il sole.
All’orizzonte un baluginare rosato ha man mano lasciato spazio ad una più diffusa luminosità, finché il pieno splendore dell’oro non è scaturito dal disco solare apparso da dietro le alte dune come un miracolo.
Incantevole spettacolo, avvincente spiegazione della incarnazione divina del dio Ra.
“Tu appari bello all’orizzonte” comincia l’inno di Amenhotep IV, adoratore di Aton, il disco solare.
Bello lo è davvero, splendente, e inonda di luce la terra, perché ormai è pieno giorno.
Alle sette sono già davanti al tempio grande, fatto scavare, come l’altro, da Ramses II nella roccia, ai limiti estremi dell’impero, perché servisse da monito ai Nubiani: un segno della sua invincibilità, della sua potenza, della sua divinità.
Come altri templi egizi, quelli di Abu Simbel non si trovano più nel luogo originario in cui furono eretti.
A causa della costruzione della diga alta di Assuan e della formazione del grande Lago Nasser, nel 1964, sarebbero ora sommersi se non fossero stati smontati pezzo per pezzo, tagliati in più di mille blocchi di 30 tonnellate ciascuno e poi rimontati, a 200 metri di distanza, 64 metri più in alto, su una base di cemento armato.
Il visitatore non s’accorge che l’ambiente naturale circostante è stato ricreato artificialmente: ciò che colpisce immediatamente è la grandiosità della concezione, l’arditezza del progetto di chi ha ideato i templi.
Davanti al tempio grande si ergono quattro statue colossali di Ramses II seduto sul trono… stupisce la loro maestosità, l’altezza di 20 metri suscita meraviglia e timore ancor oggi; come doveva essere sconvolgente la loro vista 3.300 anni fa per chi, dopo giorni di navigazione, le vedeva apparire all’improvviso e sbigottiva vedendo raffigurata simbolicamente nell’immagine così ripetuta del monarca con la doppia corona dell’alto e del basso Egitto, la sua volontà di riaffermare l’indissolubilità e la potenza dello stato!
Niente, più di questi templi, poteva far comprendere ai contemporanei la figura del grande faraone e della sua politica.
Ramses II, continuatore dell’opera del padre Seti nella restaurazione dell’impero sotto la XIX dinastia, amò presentarsi come uomo di guerra.
Per questo fece scolpire su molti templi la scena che ora mi ritrovo di fronte nell’interno del grande monumento di Abu Simbel: il faraone che sul carro da guerra, invocato il dio Amon, travolge gli Ittiti di Kadesh, salvando l’esercito in una giornata che si annunciava fatale all’impero egiziano.
Ora tutti sanno, grazie agli studi degli storici e degli egittologi, che le cose non andarono proprio così e che la tanto conclamata vittoria non fu altro che propaganda politica, tanto che si concluse con un patto di non aggressione e di reciproco aiuto con i nemici Ittiti, ma in tempi in cui ogni tipo di informazione era affidata a resoconti orali e a iscrizioni templari, la cosa servì egregiamente allo scopo.
Come servì allo scopo l’autoproclamazione, da parte di Ramses, della propria divinità, suggerita e ribadita dalle pitture che si vedono all’interno del tempio, dove è in compagnia delle più venerate divinità egiziane; ma è nella concezione del sacrario che tale autoproclamazione raggiunge il suo apice.
Lì si trovano le statue, assise sui loro troni, di Amon, di Ra, di Ptah e dello stesso Ramses e due volte l’anno, nelle date di nascita e di intronizzazione del re, il 20 febbraio e il 20 ottobre, i raggi solari, penetrando nei recessi del tempio, illuminano le statue che ne vengono accese come per un miracolo (ad esclusione di quella di Ptah, che era il dio delle tenebre).
Il racconto di tale avvenimento, passando di bocca in bocca, non doveva riempire di religioso timore chiunque ne sentisse parlare? Non doveva dissuadere i Nubiani tributari dalla ribellione verso un re-dio così potente da riuscire a piegare a sé magicamente i raggi solari?
Penso tutto questo mentre visito il tempio e guardo le finissime incisioni parietali dipinte.
Mi prende un’emozione estetica indescrivibile nel vedere la lirica liturgia della descrizione della battaglia di Kadesh: la figura del re che irrompe col suo cocchio sui nemici che lo accerchiano, sgominandoli, è di una straordinaria potenza espressiva.
Su un’altra parete Ramses, appiedato, la gamba sinistra slanciata in avanti, con la sua mazza da guerra colpisce con decisione i nemici che ha afferrato per i capelli e che, ai suoi piedi, chiedono pietà alzando le palme verso di lui… poi, assiso sul trono riceve, in solenne apparato cerimoniale, gli omaggi e gli atti di sottomissione dei popoli vinti… la liturgia della forza e del potere si snoda ininterrottamente, ma la bellezza straordinaria della rappresentazione fa scordare la violenza che vi è sottesa.
Sono incantato e perso in un rapimento estatico mentre mia moglie decifra emozionata le scritte che accompagnano i dipinti… il poema di Pentaur descrive la battaglia di Kadesh…
Legge: “Ecco, Amon mi ha dato la sua vittoria, mentre non c’era esercito con me ed ero solo… Ogni terra che ha visto, riferirà il mio nome a partire dalle terre straniere lontane e ignote…”
Mi disturba l’andirivieni dei gruppi di turisti la maggior parte dei quali capisce poco o niente di ciò che vede, solo preoccupati di scattar foto eludendo i divieti e costringendo i guardiani, a ragione infuriati, a rumorose rimostranze.
Ma il tempo a disposizione è poco e devo ancora vedere il tempio piccolo, quello dedicato alla regina Nefertari.
Lì, sulla facciata del tempio, Ramses fece scolpire, fra le statue colossali sue e della sposa, queste parole che mia moglie legge: “Un tempio di grandi e formidabili monumenti dedicato alla grande sposa reale Nefertari, amata da Mut, a lei per la quale splende Ra, viva e amata”.
All’interno del tempio, sulle pareti e sulle colonne la regina “dolce in amore” è assimilata alla dea Hathor, la dea dell’amore, alla quale si accompagna.
La straordinaria eleganza delle figure, specie di quelle femminili, mi colpisce profondamente: qui ci si discosta dalle proporzioni abituali del canone egizio nella rappresentazione del corpo umano, ma noto un allungamento che costituisce una deviazione dai modelli tradizionali. Che devo dire? Sono uscito dai templi quasi senza coscienza di me stesso, ma non avrei voluto uscirne più.
Di ritorno, in pullman, guardo fuori del finestrino mentre gli altri passeggeri sonnecchiano…
Ho ancora nella mente, nel cuore, la visione di cui ho goduto intensamente e gli occhi vagano distrattamente sulle dune che scorrono a lato della strada.
Ma ad un tratto, il mio sguardo è attirato da un luccichio tremolante sulla distesa sabbiosa.
Là, lontano, sotto le dune dorate, si stende uno specchio d’acqua!
È argenteo, increspato e dentro vi si riflettono le colline di sabbia, duplicate così dall’effetto…
Spettacolo bellissimo, avvincente, un miracolo che gli altri, addormentati od ottusi, non vedono.
Allora li sveglio, li riscuoto dal loro torpore, dicendo loro che, se lo desiderano, possono assistere senza pagare ad uno dei più straordinari fenomeni naturali che il deserto possa offrire: un miraggio.

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Re: Appunti di viaggio - Abu Simbel

Messaggioda angioletta » mercoledì 4 aprile 2012, 15:11

Rabelais bellissimo........anche io ho fatto un viaggio in Egitto proprio tra tutti i monumenti maestosi che ti lasciano stupita.
Per me è stata una meravigliosa sorpresa ed ogni volta rimanevo stupita e mi dicevo "ma cosa abbiamo inventato noi??"
Che popolo era...........che popolo è diventato...
PRIMA O POI TUTTI I NODI VENGONO AL PETTINE

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Palmyra

Messaggioda InChanto » venerdì 6 aprile 2012, 22:30

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Qua non siamo in Egitto, ma in Siria, a Palmyra, ci sono stato due anni fa e chissà quando ci si potrà ritornare, con quello che sta succedendo adesso. I resti della città romana sono di una bellezza mozzafiato. I sogni di conquista della regina Zenobia si spensero tra le mura di questa città.

Per chi volesse approfondire:
http://it.wikipedia.org/wiki/Palmira
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